Linee Guida MIT 2026: la PA non deve “fare BIM”, deve imparare a governare informazioni
Le nuove Linee Guida per la gestione informativa digitale segnano un passaggio importante per le stazioni appaltanti: il BIM non è più un adempimento da inserire nei bandi, ma una capacità organizzativa da costruire dentro la Pubblica Amministrazione.
Per anni il rapporto tra Pubblica Amministrazione e BIM è stato raccontato quasi sempre attraverso la parola “obbligo”.
Quando scatta l’obbligo?
Sopra quale soglia?
Per quali opere?
Con quali documenti?
Con quali software?
Con quali figure professionali?
Domande legittime, naturalmente. Ma insufficienti.
Perché il rischio, soprattutto nella PA, è stato quello di trattare il BIM come un nuovo pacchetto di prescrizioni da aggiungere alla macchina amministrativa: un capitolato informativo in più, qualche requisito digitale, un ambiente di condivisione dati, una richiesta di modelli, magari una premialità in gara.
Tutto corretto sul piano formale. Ma non basta.
La pubblicazione delle Linee Guida MIT per la gestione informativa digitale per le stazioni appaltanti e gli enti concedenti, datate febbraio 2026, va letta proprio in questo contesto. Il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti le presenta come un passaggio decisivo per rendere operativa la digitalizzazione dei lavori pubblici, offrendo indicazioni chiare e proporzionate alle stazioni appaltanti, con l’obiettivo di rafforzare governance, trasparenza e qualità dell’investimento pubblico.
La notizia, secondo me, non è semplicemente che il MIT ha pubblicato nuove Linee Guida.
La notizia vera è che il BIM nella PA sta uscendo dalla fase della “prescrizione tecnica” ed entra in quella, molto più impegnativa, della capacità amministrativa digitale.
Dal modello BIM alla gestione informativa digitale
Uno dei punti più importanti è già nel titolo del documento: non si parla soltanto di BIM, ma di gestione informativa digitale.
Questa distinzione è fondamentale.
Il BIM, nel linguaggio comune, continua a essere associato al modello tridimensionale, alla progettazione coordinata, alla clash detection, ai software di authoring, agli elaborati automatici. Ma la gestione informativa digitale è qualcosa di più ampio: riguarda il modo in cui una stazione appaltante chiede, riceve, verifica, conserva e riusa le informazioni lungo il ciclo di vita dell’opera.
L’articolo 43 del Codice dei contratti pubblici stabilisce che, dal 1° gennaio 2025, le stazioni appaltanti e gli enti concedenti adottano metodi e strumenti di gestione informativa digitale per nuove costruzioni e interventi sull’esistente con costo presunto dei lavori superiore a 2 milioni di euro, con riferimento alla soglia dell’articolo 14 per gli immobili tutelati.
Questo significa che il tema non riguarda più una sperimentazione per amministrazioni particolarmente avanzate. Entra nel funzionamento ordinario della committenza pubblica.
E qui nasce il problema vero: una PA può anche chiedere il BIM in gara, ma se non sa governare il processo informativo rischia di ricevere modelli che non sa valutare, dati che non sa usare e documenti che non incidono davvero sulla qualità dell’opera.
Il punto, quindi, non è “fare BIM”.
Il punto è diventare una committenza capace di governare informazioni.
L’obbligo non produce automaticamente competenza
Questo è forse il nodo più delicato.
Nel nostro Paese abbiamo spesso affidato alle norme il compito di produrre innovazione. È comprensibile: la norma crea un perimetro, impone una direzione, obbliga il sistema a muoversi. Ma una norma non genera automaticamente competenza.
Può imporre un documento, ma non garantire che quel documento sia scritto bene.
Può chiedere un modello, ma non assicurare che quel modello sia utile.
Può prescrivere un ambiente di condivisione dati, ma non creare una vera cultura della collaborazione.
Può introdurre ruoli e responsabilità, ma non trasformare una struttura amministrativa impreparata in una committenza digitale matura.
Le Linee Guida MIT sono importanti proprio perché provano a tradurre l’obbligo in indicazioni operative. Secondo il documento, le Linee Guida intendono rappresentare e chiarire i vari aspetti della gestione informativa digitale prevista dal Codice, aiutando stazioni appaltanti ed enti concedenti nell’applicazione concreta dei metodi e strumenti digitali.
Ma, a mio avviso, il passaggio decisivo resta culturale.
La PA non deve limitarsi a “mettersi in regola”. Deve imparare a formulare una domanda informativa intelligente.
Perché la qualità di un processo BIM dipende prima di tutto dalla qualità della domanda della committenza.
Il capitolato informativo non è un allegato: è un atto di governo
Tra gli strumenti centrali della gestione informativa c’è il capitolato informativo.
Troppo spesso viene trattato come un allegato tecnico: un documento da predisporre perché richiesto, magari partendo da un modello standard, adattando qualche sezione, inserendo requisiti generici e formule più o meno ricorrenti.
Questo approccio è molto pericoloso.
Il capitolato informativo non dovrebbe essere un copia-incolla normativo. Dovrebbe essere uno strumento di governo del processo. È lì che la committenza chiarisce cosa vuole ottenere dalle informazioni, quali usi del modello sono richiesti, quali dati servono, in quali momenti, con quali responsabilità, con quali verifiche, con quale ambiente di condivisione, con quali formati e con quali criteri di accettazione.
In altre parole, il capitolato informativo non è il documento del “BIM Manager esterno”. È una dichiarazione di intenzione della stazione appaltante.
E se la stazione appaltante non ha chiaro cosa vuole fare delle informazioni, il capitolato diventa solo una lista di richieste.
Magari molto tecnica. Magari anche apparentemente completa. Ma povera di senso.
La vera domanda non è: “abbiamo inserito il capitolato informativo nella gara?”
La domanda è: il capitolato informativo descrive davvero il modo in cui la PA userà quelle informazioni per decidere, controllare e gestire l’opera?
ACDat/CDE: non una cartella cloud, ma un presidio amministrativo
Un altro tema fondamentale è l’Ambiente di Condivisione dei Dati, spesso indicato come ACDat o CDE.
Anche qui il rischio di banalizzazione è enorme. In molte organizzazioni il CDE viene percepito come una piattaforma dove caricare file, organizzare cartelle, gestire revisioni e condividere documenti. Tutto vero, ma riduttivo.
Un CDE ben impostato non è un semplice archivio cloud. È il luogo in cui si costruisce la tracciabilità del processo informativo.
Chi ha caricato cosa?
Quando?
Con quale stato di approvazione?
Chi lo ha verificato?
Quale versione è valida?
Quale informazione è condivisa, pubblicata, archiviata o superata?
Quale contenuto può essere usato contrattualmente?
Se l’ACDat viene usato male, il processo digitale diventa solo una versione più ordinata del vecchio scambio di file.
Se viene usato bene, diventa uno strumento di trasparenza, responsabilità e controllo.
Questo punto, per la Pubblica Amministrazione, è decisivo. Perché la PA non ha solo il problema di progettare e realizzare un’opera. Ha il dovere di dimostrare, ricostruire e rendere verificabile il processo con cui quell’opera viene affidata, controllata e consegnata.
In questa prospettiva, il CDE non è un tema informatico. È un tema amministrativo.
Formati aperti e neutralità tecnologica: la PA non deve diventare prigioniera del software
Un passaggio molto importante riguarda l’interoperabilità.
La gestione informativa pubblica non può dipendere in modo rigido da un singolo software o da un unico ecosistema proprietario. La neutralità tecnologica non è solo una questione tecnica: è una garanzia per la concorrenza, per la trasparenza e per la conservazione del dato pubblico nel tempo.
Il tema dei formati aperti, come IFC e BCF, e delle specifiche per il controllo dei requisiti informativi, come IDS, diventa quindi strategico. Non perché i formati aperti siano una formula magica, ma perché aiutano a evitare che l’informazione pubblica resti chiusa dentro strumenti non governabili dalla committenza.
Qui la PA dovrebbe essere particolarmente attenta.
Un’amministrazione non compra solo un progetto. Non riceve solo file. Sta costruendo una memoria digitale di un bene pubblico.
E una memoria digitale, se vuole restare utile nel tempo, deve essere accessibile, leggibile, trasferibile e verificabile anche oltre il software con cui è stata prodotta.
A mio avviso, questo è uno dei punti più politici del BIM pubblico: il dato dell’opera pubblica non deve diventare ostaggio dello strumento che lo genera.
La vera sfida: saper controllare ciò che si chiede
Chiedere modelli informativi è relativamente facile. Controllarli è molto più difficile.
Qui molte stazioni appaltanti rischiano di trovarsi in difficoltà. Perché un modello BIM non si valuta come un elaborato tradizionale. Non basta guardare una tavola, verificare una relazione o confrontare un computo. Bisogna controllare geometrie, proprietà, classificazioni, livelli informativi, coerenza tra modelli, corrispondenza ai requisiti, versioni, formati, esportazioni, issue, interferenze, dati duplicati o mancanti.
E soprattutto bisogna capire quali controlli hanno senso in relazione alla fase.
Un modello preliminare non può essere verificato come un modello esecutivo. Un modello per autorizzazione non ha gli stessi requisiti di un modello per gestione. Un modello per coordinamento non coincide necessariamente con un modello as built.
La PA deve quindi costruire competenze di verifica.
Non necessariamente facendo tutto internamente, ma sapendo cosa chiedere, come affidare il controllo, come leggere gli esiti e come trasformare una verifica tecnica in una decisione amministrativa.
Perché il controllo del modello non è un esercizio specialistico isolato. È parte della qualità della spesa pubblica.
Il BIM può ridurre varianti e incertezze, ma solo se usato prima delle criticità
Il MIT collega l’uso della tecnologia BIM alla possibilità di ridurre le varianti in corso d’opera e garantire maggiore certezza nei tempi di realizzazione.
È un obiettivo condivisibile. Ma va detto con chiarezza: il BIM non riduce varianti e ritardi per il semplice fatto di essere richiesto.
Li riduce se viene usato per anticipare problemi.
Se il modello viene sviluppato tardi, se i requisiti informativi sono generici, se i controlli sono formali, se il coordinamento avviene solo a valle, se le informazioni non entrano davvero nelle decisioni, allora il BIM diventa un ornamento digitale del procedimento.
La riduzione delle varianti nasce da una migliore qualità progettuale, da un maggiore coordinamento, da verifiche tempestive, da informazioni più affidabili e da una committenza capace di intervenire prima che i problemi diventino cantiere.
Il punto non è avere il modello.
Il punto è usare il modello per decidere meglio e prima.
PA e competenze interne: non tutto si può esternalizzare
Uno degli errori più frequenti è pensare che la gestione informativa digitale possa essere completamente esternalizzata.
La PA può certamente farsi supportare da consulenti, società specializzate, BIM manager, verificatori e operatori economici qualificati. Anzi, in molti casi è necessario. Ma non può delegare completamente la propria intelligenza di committenza.
Ci sono decisioni che devono restare in capo all’amministrazione.
Quali informazioni servono per gestire il patrimonio?
Quali dati saranno utili dopo la consegna?
Quali requisiti informativi sono proporzionati all’opera?
Quali controlli hanno valore amministrativo?
Quale livello di digitalizzazione è sostenibile per quella struttura?
Quali responsabilità devono essere presidiate internamente?
Se la PA non sa rispondere almeno a queste domande, rischia di dipendere totalmente dai fornitori.
E una committenza che non comprende il processo informativo difficilmente potrà governarlo.
Per questo le Linee Guida dovrebbero essere lette non solo come un supporto alla redazione di documenti, ma come un invito a costruire competenza interna.
La proporzionalità è una parola chiave
Un aspetto che considero molto importante è il tema della proporzionalità.
Non tutte le opere richiedono lo stesso livello di complessità informativa. Non tutte le stazioni appaltanti hanno la stessa maturità digitale. Non tutti i processi possono essere trasformati nello stesso modo e con la stessa velocità.
Il rischio opposto alla superficialità è l’eccesso.
Capitolati enormi, richieste sovradimensionate, modelli troppo dettagliati troppo presto, requisiti informativi non utilizzati, CDE complessi ma poco governati, controlli formali che producono burocrazia invece di qualità.
La digitalizzazione pubblica deve evitare sia il minimo indispensabile sia l’iper-prescrizione.
Una buona gestione informativa è proporzionata all’opera, agli obiettivi, alla fase, alla capacità della committenza e al valore delle informazioni richieste.
Chiedere dati che nessuno userà non è innovazione. È spreco informativo.
Il rischio: trasformare il BIM in burocrazia digitale
Questa è la mia preoccupazione principale.
Il BIM nella PA può diventare una grande occasione oppure una nuova forma di burocrazia digitale.
Succede quando si moltiplicano documenti, piattaforme, requisiti, ruoli e procedure senza una reale capacità di usarli per migliorare decisioni e risultati.
In quel caso il processo sembra avanzato, ma resta debole. Si producono modelli, report, verbali, esportazioni, verifiche, ma la qualità dell’opera non cambia davvero.
Il BIM non deve diventare una liturgia amministrativa.
Non deve servire a dimostrare che la gara è “digitale”. Deve servire a progettare meglio, controllare meglio, costruire meglio e gestire meglio.
La differenza è sostanziale.
E dipende dalla maturità della stazione appaltante.
Dal progetto al patrimonio: la PA deve pensare oltre la consegna
Un’altra questione centrale riguarda il ciclo di vita.
L’Allegato I.9 al Codice richiama l’adozione di metodi e strumenti di gestione informativa digitale in relazione ai procedimenti tecnico-amministrativi della stazione appaltante, per affidamento ed esecuzione dei contratti pubblici, ma anche per manutenzione e gestione dell’intero ciclo di vita dell’opera, fino alla dismissione.
Questo passaggio è fondamentale.
Perché molte amministrazioni continuano a ragionare per “opera da realizzare”, mentre dovrebbero ragionare per “asset da gestire”.
Il valore del BIM pubblico non si esaurisce nella fase di progettazione e costruzione. Anzi, per molti beni pubblici il valore più grande sta dopo: manutenzione, sicurezza, consumi, adeguamenti, gestione degli spazi, controllo del patrimonio, programmazione degli interventi, rendicontazione.
Se il modello informativo muore alla consegna, abbiamo perso una parte enorme del potenziale.
Una PA matura dovrebbe chiedersi fin dall’inizio: quali informazioni mi serviranno tra cinque, dieci, vent’anni per gestire questo bene?
Questa domanda cambia completamente il modo di impostare i requisiti informativi.
Cosa cambia per professionisti e imprese
Le Linee Guida MIT non riguardano solo le stazioni appaltanti. Riguardano anche professionisti, società di ingegneria, imprese e consulenti che lavorano con la PA.
Perché una committenza pubblica più consapevole chiederà contenuti più coerenti, processi più tracciabili, modelli più verificabili e responsabilità più chiare.
Questo significa che non basterà più presentarsi come “operatori BIM” in senso generico.
Servirà dimostrare capacità di gestione informativa: saper leggere un capitolato informativo, produrre un’offerta di gestione informativa coerente, impostare un piano di gestione informativa credibile, lavorare in ACDat, consegnare modelli in formati aperti, rispondere a controlli, documentare issue e revisioni.
Il mercato pubblico, se le Linee Guida verranno applicate bene, potrebbe diventare un acceleratore di maturità.
Ma solo se la domanda pubblica sarà qualificata.
Una domanda debole genera offerte deboli.
Una domanda intelligente alza il livello di tutta la filiera.
La formazione diventa decisiva
Questo articolo, in fondo, parla anche di formazione.
Perché la gestione informativa digitale nella PA non si risolve con una norma e nemmeno con una piattaforma. Si risolve formando persone capaci di capire il processo.
Servono percorsi diversi per ruoli diversi:
- dirigenti e RUP, che devono comprendere il valore amministrativo e strategico della gestione informativa;
- tecnici delle stazioni appaltanti, che devono saper impostare requisiti e controlli;
- BIM manager e CDE manager, che devono tradurre gli obiettivi in processi operativi;
- progettisti e imprese, che devono produrre informazioni coerenti;
- verificatori, che devono controllare modelli e dati con criteri chiari;
- facility manager pubblici, che devono usare le informazioni dopo la consegna.
La formazione non può essere solo software.
Deve essere normativa, procedurale, contrattuale, tecnica e culturale.
Perché il problema della PA non è imparare a usare un comando. È imparare a governare una filiera digitale.
Conclusione: il BIM pubblico sarà utile solo se renderà la PA più intelligente
Le Linee Guida MIT 2026 rappresentano un passaggio importante perché provano a trasformare l’obbligo BIM in un percorso operativo per le stazioni appaltanti.
Ma non dobbiamo illuderci: il documento, da solo, non cambierà la qualità dei lavori pubblici.
La differenza la farà il modo in cui verrà applicato.
Se la PA userà le Linee Guida per produrre nuovi allegati standard, avremo solo più burocrazia digitale.
Se invece le userà per costruire competenze, definire requisiti migliori, governare dati, controllare modelli, usare formati aperti, gestire ACDat e pensare al ciclo di vita dell’opera, allora il BIM potrà diventare davvero uno strumento di qualità pubblica.
A mio avviso, il punto è tutto qui: il BIM nella Pubblica Amministrazione non deve servire a dimostrare modernità, ma a prendere decisioni migliori.
La stazione appaltante sa usare le informazioni digitali per governare meglio un’opera pubblica?
Ed è su questa risposta, più che sull’adempimento formale, che si misurerà la maturità digitale della PA nei prossimi anni.
Mariano Dileo
CEO & Founder NOESIS AEC Solutions™ - Dal 2005 sviluppa competenze nel campo della modellazione parametrica applicata all’architettura, evolvendo progressivamente verso la modellazione informativa, il coordinamento e la gestione dei processi digitali. Attualmente BIM Manager e consulente per diverse realtà nazionali e PA, è impegnato nella divulgazione e nell’insegnamento di strumenti, metodi e approcci utili ai professionisti per orientarsi con consapevolezza nel nuovo scenario digitale del settore AEC.
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