ISO 19650 in revisione: il BIM sta diventando adulto
La nuova fase della norma internazionale sposta il baricentro dal modello alla gestione dell’informazione. Ed è una buona notizia, soprattutto per chi ha smesso di confondere il BIM con un software.
Per anni abbiamo raccontato il BIM come una rivoluzione. In parte lo è stata davvero. Ha cambiato il modo di progettare, coordinare, consegnare e controllare un’opera. Ma, detto tra noi con onestà, in molti casi il BIM è stato ridotto a una questione di modelli 3D, clash detection, famiglie parametriche, template, elaborati automatici e consegne più o meno ordinate dentro una piattaforma collaborativa.
Utile, certo. Ma non sufficiente.
La revisione della ISO 19650, oggi entrata nella fase di Draft International Standard per la Parte 1, dice qualcosa di più profondo: il BIM non è più il protagonista assoluto della scena. Il protagonista diventa l’Information Management, cioè la capacità di governare le informazioni lungo l’intero ciclo di vita dell’opera. ISO indica infatti ISO/DIS 19650-1 come bozza in fase di enquiry presso i membri ISO e destinata a sostituire la ISO 19650-1:2018; la stessa scheda precisa che il documento riguarda concetti e principi della gestione informativa per edifici e opere di ingegneria civile, includendo l’intero ciclo di vita dell’asset.
Questa, a mio avviso, è la notizia vera.
Non siamo davanti all’ennesimo aggiornamento normativo da citare in un capitolato. Siamo davanti a un cambio di maturità culturale: dal “fare BIM” al “saper chiedere, produrre, verificare, usare e conservare informazioni affidabili”.

Dal BIM come metodo al BIM come infrastruttura informativa
La ISO 19650 nasceva già con questa ambizione, ma il mercato l’ha spesso letta con una lente troppo operativa. Molti l’hanno usata per definire ruoli, documenti, ambienti di condivisione dati, procedure di consegna. Tutto corretto. Però la domanda più importante è rimasta spesso sullo sfondo: a cosa servono davvero le informazioni che stiamo producendo?
La revisione sembra voler riportare proprio questa domanda al centro.
Nel Regno Unito, BSI ha pubblicato le bozze delle Parti 1 e 2 per commento pubblico, con scadenza fissata al 3 maggio 2026; nima segnala inoltre che la Parte 3 è attesa per consultazione intorno all’inizio di giugno 2026. Nel webinar BSI/nima del 24 febbraio 2026, le modifiche proposte sono state descritte come un passaggio verso una maggiore attenzione all’intero ciclo di vita degli asset, riducendo la separazione tra fase di consegna e fase operativa.
È un punto tutt’altro che secondario.
Perché nella pratica quotidiana la frattura tra progetto, costruzione e gestione è ancora enorme. Si progettano modelli che non sempre servono a chi costruisce. Si consegnano modelli che non sempre servono a chi gestisce. Si producono informazioni che sembrano impeccabili nella fase di gara, ma diventano fragili quando devono supportare manutenzione, monitoraggio, sostenibilità, sicurezza, aggiornamento patrimoniale.
La revisione della ISO 19650 sembra dirci una cosa semplice: non basta consegnare un modello. Bisogna costruire una catena informativa che resti utile quando il cantiere finisce.
Il segnale più interessante: meno “BIM”, più “information management”
Uno degli aspetti più significativi emersi dal confronto BSI/nima riguarda il linguaggio. Secondo il resoconto pubblicato da nima, il gruppo di revisione ha lavorato per semplificare e razionalizzare i termini, spostando l’enfasi su “information management” più che su “BIM”; viene inoltre proposta la sostituzione del termine “BIM execution plan” con “information production plan”.
A qualcuno potrebbe sembrare un dettaglio lessicale. Non lo è.
Le parole, nelle norme, non sono mai innocenti. Cambiare il nome di un documento significa cambiare il modo in cui lo si interpreta. Un “BIM Execution Plan” richiama ancora l’idea di un piano per eseguire il BIM. Un “Information Production Plan” sposta invece l’attenzione sulla produzione dell’informazione: chi la produce, quando, con quale livello di affidabilità, con quali responsabilità, per quale uso, con quale processo di verifica.
Personalmente, trovo questo passaggio molto sano. Perché il settore AEC ha bisogno di meno slogan e di più responsabilità informativa.
Abbiamo vissuto una stagione in cui bastava scrivere “BIM” in un’offerta tecnica per dare un’impressione di innovazione. Oggi questo non basta più. Non basta avere un modello federato. Non basta usare un CDE. Non basta dichiarare l’uso di formati aperti. La vera domanda è: le informazioni sono governate oppure semplicemente archiviate?
Il cliente torna al centro, ma deve saper fare il cliente
Il punto più delicato riguarda le committenze. La gestione informativa funziona solo se chi chiede l’opera sa anche chiedere le informazioni giuste.
Qui si apre uno dei problemi più seri del mercato italiano: molte stazioni appaltanti, enti e organizzazioni private hanno iniziato a usare il BIM perché obbligate, spinte da norme, bandi, premialità o esigenze reputazionali. Ma non sempre hanno costruito al proprio interno una vera capacità di Information Management.
Le Linee Guida MIT del 2026 sulla gestione informativa digitale vanno proprio in questa direzione: il Ministero le presenta come un passaggio decisivo per rendere pienamente operativa la digitalizzazione dei lavori pubblici, rafforzando governance, trasparenza e qualità dell’investimento pubblico.
Questo collegamento tra revisione ISO e scenario italiano è importante. Da un lato abbiamo una norma internazionale che si muove sempre più verso la gestione dell’informazione lungo il ciclo di vita. Dall’altro abbiamo un sistema pubblico italiano che sta cercando di rendere operativo l’uso dei metodi e strumenti di gestione informativa digitale.
La sfida, però, non sarà scrivere capitolati più lunghi. Sarà scrivere capitolati più intelligenti.
E, soprattutto, sarà formare persone capaci di leggere un processo informativo prima ancora di pretendere un modello.
La fine del BIM decorativo (finalmente)
C’è un’espressione che uso spesso: BIM decorativo.
È quel BIM che appare nelle presentazioni, nei render, nei diagrammi di processo e nelle offerte tecniche, ma che incide poco sulle decisioni reali. È il BIM usato come etichetta di modernità. Fa bella figura, ma non cambia la sostanza.
La revisione della ISO 19650 sembra andare nella direzione opposta. Meno decorazione, più struttura. Meno entusiasmo generico, più disciplina. Meno “abbiamo il modello”, più “sappiamo che informazione serve, a chi serve, quando serve e con quale attendibilità”.
Ed è qui che, secondo me, si giocherà la differenza tra organizzazioni mature e organizzazioni soltanto aggiornate.
Le prime useranno la revisione come occasione per ripensare processi, ruoli, responsabilità e flussi decisionali. Le seconde cambieranno qualche termine nei documenti, aggiorneranno due template e continueranno a lavorare come prima.
Cosa cambia per professionisti, imprese e PA
Per i professionisti, il messaggio è abbastanza chiaro: la competenza BIM non può più coincidere con la capacità di modellare. Modellare bene resta importante, ma non è più il centro del discorso. Servono competenze su requisiti informativi, livelli di fabbisogno informativo, interoperabilità, controllo qualità, consegne digitali, validazione, responsabilità contrattuali e uso dei dati nel tempo.
Per le imprese, la questione è ancora più concreta. Un processo informativo ben governato può ridurre ambiguità, varianti, rilavorazioni e conflitti. Ma solo se viene trattato come parte della produzione, non come allegato tecnico affidato a qualcuno “che segue il BIM”.
Per le Pubbliche Amministrazioni, il passaggio è probabilmente il più impegnativo. La PA non può limitarsi a chiedere modelli: deve imparare a governare informazioni. Questo significa costruire competenze interne, definire obiettivi chiari, controllare la qualità dei dati, pretendere interoperabilità, collegare la gestione informativa al patrimonio, alla manutenzione, alla rendicontazione e alla trasparenza.
In altre parole: la gestione informativa non è un accessorio del progetto. È una componente della governance dell’opera pubblica.
La formazione dovrà cambiare passo
Questo aggiornamento normativo porta con sé una conseguenza diretta anche per chi si occupa di formazione nel settore AEC.
I corsi basati solo sull’uso del software continueranno ad avere mercato, ma saranno sempre meno sufficienti. Il settore ha bisogno di percorsi capaci di mettere insieme norma, processo, dati, responsabilità, documenti, piattaforme, interoperabilità e casi reali.
La formazione BIM del prossimo futuro dovrà essere meno “clicca qui” e più “decidi perché”.
Perché il punto non è più soltanto saper produrre un oggetto parametrico. Il punto è capire se quell’oggetto contiene le informazioni necessarie, se sono coerenti con il fabbisogno richiesto, se possono essere verificate, scambiate, aggiornate e usate da altri soggetti nel tempo.
È una formazione più difficile, meno spettacolare, forse anche meno immediata. Ma è quella che serve davvero.
Una revisione da leggere prima con la testa, poi con il manuale
La tentazione, adesso, sarà aspettare la versione definitiva, scaricare qualche schema riassuntivo e aggiornare i documenti aziendali. È comprensibile. Ma sarebbe un’occasione persa.
La revisione della ISO 19650 andrebbe letta prima come segnale culturale e poi come aggiornamento tecnico.
Il segnale è questo: il settore delle costruzioni sta lentamente uscendo dalla fase in cui la digitalizzazione coincideva con l’adozione degli strumenti. Sta entrando, con fatica, nella fase in cui la digitalizzazione coincide con la qualità delle decisioni rese possibili dalle informazioni.
Questa è la parte che mi convince di più.
Perché se il BIM resta confinato al modello, diventa una competenza specialistica. Se invece diventa gestione dell’informazione, entra nella strategia delle organizzazioni. Cambia i contratti, i ruoli, i controlli, la manutenzione, la relazione tra progettazione e gestione, il modo in cui una committenza pubblica o privata misura il valore di ciò che acquista.
Conclusione: il BIM non è morto, ma la scorciatoia sì
Ogni tanto qualcuno dice che il BIM è finito, superato dall’AI, dal digital twin, dall’automazione o da qualche nuova sigla. Io credo il contrario.
Il BIM non è finito. Sta semplicemente perdendo la sua fase adolescenziale, quella più rumorosa e più centrata sugli strumenti. Sta diventando una disciplina più adulta, meno appariscente e più legata alla responsabilità delle informazioni.
La revisione della ISO 19650 va osservata con attenzione proprio per questo: non perché cambierà qualche definizione, ma perché obbliga tutti a una domanda scomoda.
Stiamo davvero gestendo informazioni, o stiamo solo producendo file meglio organizzati?
La differenza, nei prossimi anni, peserà molto più di quanto immaginiamo.
Mariano Dileo
CEO & Founder NOESIS AEC Solutions™ - Dal 2005 sviluppa competenze nel campo della modellazione parametrica applicata all’architettura, evolvendo progressivamente verso la modellazione informativa, il coordinamento e la gestione dei processi digitali. Attualmente BIM Manager e consulente per diverse realtà nazionali e PA, è impegnato nella divulgazione e nell’insegnamento di strumenti, metodi e approcci utili ai professionisti per orientarsi con consapevolezza nel nuovo scenario digitale del settore AEC.
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