Digital Product Passport e prodotti da costruzione: la scheda tecnica diventa un dato vivo
Con il nuovo piano europeo 2026–2029 per il Construction Products Regulation, il Digital Product Passport entra nella traiettoria concreta del settore costruzioni. Non sarà solo un QR code: sarà il punto di contatto tra materiali, BIM, sostenibilità, tracciabilità e gestione dell’opera.
Da sempre abbiamo trattato le informazioni sui prodotti da costruzione come qualcosa di relativamente statico: schede tecniche in PDF, dichiarazioni di prestazione, certificazioni, marcature, EPD, manuali di posa, indicazioni di manutenzione, documenti spesso dispersi tra portali, cartelle di progetto, allegati di gara e archivi aziendali.
Documenti importanti, certo. Ma raramente davvero “vivi”.
Il Digital Product Passport, o DPP, nasce proprio per cambiare questa logica. Non più informazioni tecniche da cercare a posteriori, ma dati strutturati, accessibili, aggiornabili e collegabili ai processi digitali della filiera.
La notizia rilevante è che la Commissione europea ha pubblicato il primo Working Plan 2026–2029 per l’attuazione del nuovo Construction Products Regulation. Il piano definisce una roadmap per lo sviluppo di nuovi standard armonizzati e atti delegati, compresi quelli relativi all’introduzione del Digital Product Passport per i prodotti da costruzione.
Questa, secondo me, è una svolta più profonda di quanto sembri.
Perché non riguarda solo i produttori di materiali. Riguarda progettisti, BIM manager, imprese, stazioni appaltanti, facility manager, consulenti ambientali e tutti quei soggetti che, in un modo o nell’altro, devono decidere, acquistare, installare, verificare, manutenere o sostituire prodotti all’interno di un’opera.
Dal prodotto come oggetto al prodotto come nodo informativo
Il settore delle costruzioni ha sempre ragionato per oggetti: serramenti, isolanti, impianti, calcestruzzi, laterizi, pavimenti, componenti strutturali, sistemi a secco, prodotti antincendio, apparecchi illuminanti.
Ma nel mondo digitale un prodotto non è più soltanto un oggetto fisico. È anche un insieme di informazioni.
Prestazioni. Origine. Composizione. Emissioni. Durabilità. Manutenzione. Sicurezza. Compatibilità. Dichiarazioni ambientali. Istruzioni di posa. Fine vita. Riciclabilità. Documentazione tecnica. Eventuali aggiornamenti normativi.
Il nuovo regolamento europeo sui prodotti da costruzione, il Regolamento UE 2024/3110, rafforza questa prospettiva: stabilisce regole armonizzate per la commercializzazione dei prodotti da costruzione e introduce un quadro dedicato al passaporto digitale di prodotto. La Commissione europea ricorda che il CPR fornisce un linguaggio tecnico comune per valutare le prestazioni dei prodotti e rendere disponibili informazioni affidabili a professionisti, autorità pubbliche e consumatori.
Qui si vede bene il cambio di paradigma.
Il prodotto non viene più valutato solo per ciò che è, ma anche per ciò che dichiara, documenta e rende accessibile in forma digitale.
E questo, per il mondo BIM, è un passaggio enorme.
Il Digital Product Passport non è un’etichetta digitale
C’è un rischio molto concreto: ridurre il DPP a un QR code.
Lo inquadri, apri una pagina, trovi qualche documento. Fine.
Se fosse solo questo, parleremmo di un’evoluzione utile ma limitata. In realtà il passaporto digitale di prodotto ha un’ambizione molto più ampia: rendere le informazioni del prodotto leggibili, collegabili e utilizzabili lungo la catena del valore.
Il piano europeo 2026–2029 indica che il DPP sarà collegato allo sviluppo di standard armonizzati e atti delegati, quindi non a un semplice archivio volontario, ma a un sistema normativo e tecnico destinato a incidere sulla disponibilità e sulla qualità delle informazioni di prodotto.
La differenza è sostanziale.
Una scheda tecnica digitale è un documento.
Un Digital Product Passport, se progettato bene, è una struttura informativa.
E una struttura informativa può dialogare con un modello BIM, con un database patrimoniale, con una piattaforma di procurement, con un sistema di manutenzione, con una valutazione LCA, con un digital twin.
È qui che la cosa diventa interessante per l’AEC.
Il punto di contatto con il BIM: dati di prodotto, non solo oggetti parametrici
Nel BIM abbiamo spesso investito moltissimo sugli oggetti parametrici: famiglie, componenti, template, librerie, proprietà, codifiche.
Ma quante volte questi oggetti contengono dati realmente affidabili?
Molto spesso il modello è formalmente ricco, ma informativamente fragile. Le proprietà ci sono, ma non sempre sono aggiornate. I dati ambientali non sono coerenti. Le schede prodotto sono allegate come PDF. Le informazioni di manutenzione sono separate. I codici prodotto cambiano. Le prestazioni dichiarate non sono facilmente verificabili.
Il Digital Product Passport può contribuire a chiudere questa frattura.
Non perché sostituirà il BIM, ma perché potrà alimentarlo con dati più strutturati e tracciabili.
Immaginiamo un modello informativo in cui un serramento non sia solo una geometria con parametri compilati manualmente, ma un nodo collegato a informazioni ufficiali del produttore: prestazioni termiche, acustiche, ambientali, dichiarazioni, istruzioni di installazione, dati di manutenzione, identificativi, aggiornamenti.
Questo scenario non è banale. Cambia il modo in cui si costruiscono le librerie BIM, si controllano le consegne informative, si valutano le alternative progettuali e si gestisce l’opera nel tempo.
A mio avviso, il DPP potrebbe diventare uno dei ponti più concreti tra BIM e sostenibilità. Non nei convegni, ma nei dati.
La sostenibilità smette di essere un allegato
Il tema ambientale è centrale. Il piano CPR 2026–2029 si inserisce in un percorso europeo che lega sempre più prodotti da costruzione, standardizzazione, sostenibilità, digitalizzazione e trasparenza informativa. La stessa Commissione evidenzia che il Working Plan stabilisce tempistiche per nuovi standard armonizzati e atti delegati, inclusi quelli per il Digital Product Passport.
Questo significa che la sostenibilità non potrà più essere trattata come un capitolo separato del progetto.
Fino a oggi, in molti casi, abbiamo gestito l’ambiente con documenti paralleli: relazioni CAM, EPD, LCA, DNSH, criteri premianti, certificazioni, computi ambientali. Tutti elementi importanti, ma spesso scollegati dal modello informativo principale.
Il DPP spinge verso un’altra logica: il dato ambientale deve diventare parte della catena informativa del prodotto.
Non basta dire che un materiale è sostenibile. Bisogna poterlo dimostrare, confrontare, aggiornare, collegare alla quantità effettivamente progettata o installata, usare nei calcoli e conservare nel tempo.
Questa è una trasformazione culturale prima ancora che tecnica.
Perché obbliga progettisti e imprese a smettere di considerare la sostenibilità come una “relazione finale” e iniziare a trattarla come un’informazione di progetto.
Dal capitolato alla manutenzione: il dato segue l’opera
Uno degli aspetti più interessanti del Digital Product Passport è la possibilità di accompagnare il prodotto lungo il ciclo di vita.
Nel settore costruzioni, invece, succede spesso il contrario. Le informazioni sono abbondanti all’inizio, durante progettazione e gara, ma si disperdono progressivamente durante costruzione, consegna e gestione.
Il risultato lo conosciamo tutti: a distanza di pochi anni è difficile ricostruire quali prodotti siano stati realmente installati, con quali caratteristiche, quali certificazioni, quali istruzioni di manutenzione, quali ricambi compatibili, quali responsabilità documentali.
Il DPP può aiutare a ridurre questa perdita di conoscenza.
Naturalmente non lo farà da solo. Nessuno standard risolve magicamente processi deboli. Ma può creare una base più solida: identificativi univoci, dati accessibili, documentazione collegata, informazioni aggiornabili e una maggiore continuità tra acquisto, posa, consegna e gestione.
E qui il tema si incrocia direttamente con il facility management e con il digital twin.
Un gemello digitale senza dati affidabili sui prodotti installati è solo una bella interfaccia. Un sistema di gestione patrimoniale senza informazioni aggiornate sui componenti reali è un archivio incompleto. Una manutenzione predittiva senza dati di prodotto coerenti rischia di diventare una promessa più che una pratica.
Cosa cambia per i produttori
Per i produttori di materiali e componenti, il Digital Product Passport non sarà solo un adempimento.
Sarà, volenti o nolenti, una nuova forma di competitività.
Chi avrà dati ordinati, aggiornati, strutturati e interoperabili sarà più facilmente integrabile nei processi digitali di progettisti, imprese e committenze. Chi continuerà a distribuire solo PDF generici rischierà di apparire meno maturo, soprattutto nei mercati più evoluti.
La questione non riguarda solo la conformità normativa. Riguarda il modo in cui un prodotto entra nei flussi digitali dell’edilizia.
Un produttore che sa fornire dati utilizzabili in BIM, in LCA, nei sistemi di procurement, nelle piattaforme di gestione documentale e nei processi di manutenzione offre un valore aggiunto reale.
Non vende solo un prodotto. Vende affidabilità informativa.
Questa distinzione, secondo me, diventerà sempre più importante.
Cosa cambia per progettisti e BIM manager
Per i progettisti il DPP apre una questione delicata: quali dati uso quando scelgo un prodotto?
Oggi molte decisioni progettuali si basano su dati raccolti manualmente, confronti parziali, documenti scaricati dai siti dei produttori, oggetti BIM non sempre aggiornati, indicazioni commerciali e verifiche fatte con strumenti separati.
Con il DPP, almeno in prospettiva, una parte di queste informazioni potrebbe diventare più accessibile e verificabile.
Per i BIM manager, invece, il tema sarà ancora più operativo: come si collegano i dati del passaporto digitale agli oggetti del modello? Quali proprietà devono essere mappate? Quali informazioni restano nel modello e quali vengono richiamate da sistemi esterni? Come si verifica la coerenza tra prodotto previsto, prodotto approvato e prodotto installato?
Sono domande tutt’altro che secondarie.
Perché il rischio è costruire modelli sovraccarichi di informazioni, ma non realmente governati. Il DPP non deve trasformarsi nell’ennesimo accumulo di dati. Deve aiutare a distinguere le informazioni utili da quelle decorative.
Cosa cambia per imprese e cantieri
Per le imprese, il Digital Product Passport può diventare uno strumento molto pratico.
Pensiamo alla fase di approvvigionamento, alle sottomissioni materiali, alle approvazioni della direzione lavori, al controllo di conformità, alla documentazione as built, alla consegna finale.
Oggi questi passaggi producono una quantità enorme di documenti. Spesso corretti, ma difficili da ordinare, aggiornare e collegare agli elementi reali dell’opera.
Un sistema basato su passaporti digitali potrebbe rendere più lineare il collegamento tra prodotto prescritto, prodotto acquistato, prodotto installato e prodotto manutenuto.
Naturalmente serve disciplina. Serve una filiera capace di non trattare il dato come un fastidio burocratico. Serve anche evitare l’illusione che tutto possa essere automatizzato senza controllo umano.
Ma la direzione è chiara: il cantiere digitale non sarà fatto solo da modelli 4D, tablet e rilievi laser. Sarà fatto anche da dati di prodotto affidabili.
Cosa cambia per le Pubbliche Amministrazioni
Per le stazioni appaltanti, il DPP può diventare uno strumento importante di trasparenza e controllo.
Negli appalti pubblici, soprattutto quando entrano in gioco sostenibilità, CAM, durabilità, manutenzione e ciclo di vita, la qualità dei dati sui prodotti è decisiva.
Una PA che chiede un’opera digitale non può limitarsi a ricevere un modello. Deve pretendere informazioni coerenti, verificabili e riutilizzabili.
Il Digital Product Passport può aiutare, ma solo se le amministrazioni imparano a inserirlo correttamente nei requisiti informativi, nei capitolati, nei criteri di verifica e nei processi di gestione del patrimonio.
Il rischio, come sempre, è usare la novità normativa come formula da copiare.
Scrivere “Digital Product Passport” in un capitolato non significa aver compreso cosa chiedere. Il punto è stabilire quali dati servono, per quali decisioni, in quale formato, con quali responsabilità, con quale aggiornamento e con quale collegamento al modello informativo.
La PA non dovrà diventare produttrice di dati, ma dovrà diventare molto più brava a richiederli e usarli.
Il rischio: un altro strato di burocrazia digitale
Ogni innovazione normativa porta con sé un rischio: aggiungere complessità senza generare valore.
Il DPP potrebbe diventare una grande occasione oppure l’ennesimo adempimento percepito come obbligo documentale.
Dipenderà da come sarà implementato.
Se verrà trattato come un archivio digitale di documenti, sarà utile ma limitato. Se verrà collegato a BIM, procurement, LCA, facility management, manutenzione e tracciabilità, potrà diventare un abilitatore reale della digitalizzazione.
Qui serve una certa lucidità.
Non dobbiamo innamorarci della sigla. DPP, da sola, non significa qualità. Significa solo che esiste un contenitore informativo. La qualità dipenderà da struttura dei dati, aggiornamento, interoperabilità, responsabilità e uso effettivo nei processi.
Un passaporto digitale pieno di dati non governati è solo disordine in formato moderno.
La formazione dovrà includere i dati di prodotto
Questo tema avrà un impatto forte anche sulla formazione AEC.
Chi si occupa di BIM, gestione informativa e digitalizzazione non potrà più ignorare il mondo dei dati di prodotto. Non basterà sapere come si modella un componente. Bisognerà capire da dove arrivano le informazioni, come si verificano, come si collegano alle dichiarazioni ufficiali, come entrano nei capitolati, nei computi, nelle analisi ambientali e nella gestione dell’asset.
La formazione dovrà quindi avvicinare mondi che spesso restano separati:
- BIM e modellazione informativa;
- normativa sui prodotti da costruzione;
- sostenibilità e LCA;
- EPD e dati ambientali;
- procurement e approvvigionamento;
- facility management;
- digital twin;
- gestione documentale e informativa.
È un passaggio impegnativo, ma necessario.
Perché il professionista AEC del prossimo futuro non dovrà solo “usare strumenti digitali”. Dovrà capire come si costruisce fiducia nel dato.
Conclusione: il prodotto diventa informazione
Il Digital Product Passport non va letto come l’ennesimo obbligo europeo da monitorare con pazienza.
Va letto come un segnale chiaro: il settore delle costruzioni sta entrando in una fase in cui la qualità del prodotto sarà sempre più legata alla qualità delle informazioni che lo accompagnano.
Un materiale non sarà più valutato solo per la sua prestazione dichiarata, ma anche per la sua capacità di essere tracciato, confrontato, integrato nei modelli, verificato nei processi, aggiornato nel tempo e gestito lungo il ciclo di vita dell’opera.
È una trasformazione meno appariscente dell’intelligenza artificiale, meno spettacolare dei rendering fotorealistici, meno immediata del BIM 3D.
Ma probabilmente sarà molto più incisiva.
Perché alla fine la digitalizzazione del settore costruzioni non si gioca solo sui modelli. Si gioca sulla qualità dei dati che quei modelli riescono a contenere, collegare e rendere utili.
E il Digital Product Passport potrebbe diventare uno dei tasselli decisivi di questa maturità.
La domanda, allora, non è più soltanto: quale prodotto stiamo scegliendo?
La domanda diventa: quali informazioni ci portiamo dietro insieme a quel prodotto, e per quanto tempo resteranno davvero utilizzabili?
Mariano Dileo
CEO & Founder NOESIS AEC Solutions™ - Dal 2005 sviluppa competenze nel campo della modellazione parametrica applicata all’architettura, evolvendo progressivamente verso la modellazione informativa, il coordinamento e la gestione dei processi digitali. Attualmente BIM Manager e consulente per diverse realtà nazionali e PA, è impegnato nella divulgazione e nell’insegnamento di strumenti, metodi e approcci utili ai professionisti per orientarsi con consapevolezza nel nuovo scenario digitale del settore AEC.
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