BIM e Public Procurement in Europa: la sfida della PA digitale

PA Digitale

BIM e Public Procurement in Europa: la vera sfida non è l’obbligo, ma la capacità digitale delle amministrazioni

In Europa il BIM è ormai riconosciuto come leva per appalti pubblici più efficienti, sostenibili e trasparenti. Ma l’adozione resta disomogenea: il problema non è solo introdurre obblighi, ma costruire competenze, standard comuni e una domanda pubblica più matura.

È cruciale che la PA digitale adotti strategie innovative per migliorare la qualità degli appalti pubblici.

Quando si parla di BIM negli appalti pubblici, il dibattito tende spesso a semplificarsi; da una parte ci sono i Paesi che hanno introdotto obblighi, mandati, soglie, strategie nazionali. Dall’altra ci sono quelli che procedono in modo più graduale, con linee guida, raccomandazioni, sperimentazioni, iniziative settoriali o richieste limitate ad alcune amministrazioni.

Questa lettura è utile, ma non basta.

Perché il vero tema non è soltanto se un Paese abbia reso obbligatorio il BIM. Il punto più interessante è capire quanto la Pubblica Amministrazione sia davvero capace di usarlo.

La Commissione europea, attraverso la Public Buyers Community, ha pubblicato nel gennaio 2026 un approfondimento sul BIM nel public procurement, evidenziando un consenso molto forte sul valore strategico del BIM per gli appalti pubblici, ma anche la necessità di passare da un’adozione frammentata e volontaria a un’implementazione più coerente e scalabile.

La notizia, secondo me, è questa: il BIM negli appalti pubblici europei non è più una questione pionieristica, ma non è ancora una pratica matura e uniforme.

Siamo in una terra di mezzo. E proprio lì si gioca il futuro della digitalizzazione pubblica.

Il public procurement come leva di trasformazione

Gli appalti pubblici hanno un peso enorme nel settore delle costruzioni. Quando la PA cambia il modo di comprare progettazione, costruzione, manutenzione e gestione degli asset, inevitabilmente cambia anche il mercato.

Non è un dettaglio amministrativo. È una leva industriale.

La Public Buyers Community europea ricorda che l’adozione del BIM nei lavori pubblici può favorire modalità più trasparenti ed efficienti per pianificare, progettare, realizzare e mantenere asset costruiti lungo l’intero ciclo di vita.

Questo passaggio è importante perché sposta il discorso dal BIM come “strumento di progettazione” al BIM come metodo di procurement pubblico.

Una stazione appaltante che chiede bene il BIM può ottenere progettazioni più coordinate, informazioni più affidabili, maggiore controllo sui costi, migliori basi per la manutenzione, processi più tracciabili e una gestione più trasparente delle decisioni.

Ma una stazione appaltante che chiede male il BIM può produrre l’effetto opposto: documentazione ridondante, requisiti confusi, modelli inutilizzati, costi aggiuntivi, contenziosi e burocrazia digitale.

Il public procurement, quindi, non è solo il luogo in cui si “applica” il BIM. È il luogo in cui si decide se il BIM diventa valore o adempimento.

L’Europa ha capito il valore del BIM, ma procede a velocità diverse

Il tema della disomogeneità è centrale.

La newsletter della Commissione europea sul public procurement, pubblicata a febbraio 2026, segnala che il BIM ha dimostrato risparmi tra il 10% e il 20% lungo il ciclo di vita di un progetto, ma evidenzia anche che la sua adozione resta irregolare in Europa.

Questo dato va letto con cautela, ma è comunque significativo.

Da un lato conferma che il BIM non è solo un costo iniziale. Se ben usato, può generare efficienza lungo il ciclo di vita dell’opera. Dall’altro mostra che il problema non è più convincere il settore del valore potenziale del BIM. Il problema è trasformare quel potenziale in pratica ordinaria.

In Europa convivono situazioni molto diverse: Paesi con mandati pubblici consolidati, altri con strategie in evoluzione, altri ancora con iniziative più frammentate. Alcune grandi committenze pubbliche hanno sviluppato standard e procedure mature, mentre molte amministrazioni locali faticano ancora a impostare requisiti informativi minimi.

Questa disomogeneità non riguarda soltanto le norme. Riguarda competenze, strumenti, linguaggio, formazione, capacità di controllo, maturità digitale della filiera e disponibilità di standard condivisi.

Ed è qui che, a mio avviso, si vede il limite di una lettura solo normativa.

Un obbligo BIM può accelerare il cambiamento. Ma non basta a renderlo buono.

Il mandato nazionale aiuta, ma non risolve tutto

Secondo i risultati della survey pubblicata dalla Public Buyers Community, i partecipanti riconoscono l’importanza di mandati nazionali chiari, sostenuti da quadri legali e regolatori robusti, per superare l’adozione frammentata e volontaria del BIM.

È un punto condivisibile.

Senza una direzione pubblica chiara, molte amministrazioni restano ferme. Il mandato nazionale dà un segnale al mercato, crea continuità, rende più semplice programmare investimenti, formazione, template, piattaforme e competenze.

Ma il mandato nazionale è solo l’inizio.

Il rischio è credere che l’obbligo produca automaticamente qualità. Non è così. Lo abbiamo visto anche in Italia: si può chiedere il BIM formalmente, ma continuare a ragionare con logiche tradizionali. Si può allegare un capitolato informativo, ma senza avere chiaro quali informazioni servano davvero. Si può imporre un CDE, ma usarlo come una cartella cloud. Si può chiedere IFC, ma non controllare davvero la qualità dei dati.

Il mandato crea il perimetro.
La competenza crea il valore.

E la competenza non nasce per decreto.

La PA deve diventare una committenza digitale, non solo una stazione appaltante “abilitata BIM”

Qui sta il cuore dell’articolo.

In molti casi la PA si è concentrata sul “richiedere” il BIM. Ma la vera maturità sta nel governare il BIM.

Una committenza digitale non si limita a dire: “voglio un modello”. Sa spiegare perché lo vuole, per quali usi, con quali informazioni, in quali fasi, con quali controlli, con quali responsabilità e con quale prospettiva di gestione futura.

La differenza è enorme.

Una PA che chiede un modello senza sapere come usarlo sta solo trasferendo complessità agli operatori economici. Una PA che sa costruire requisiti informativi chiari, invece, migliora tutto il processo: gara, progettazione, verifica, cantiere, consegna, manutenzione.

Il tema europeo, quindi, non è solo armonizzare regole. È far crescere una nuova cultura della committenza pubblica.

E questa cultura deve includere:

  • capacità di definire requisiti informativi proporzionati;
  • uso consapevole dei formati aperti;
  • controllo della qualità dei dati;
  • gestione dell’ambiente di condivisione dati;
  • collegamento tra modello e ciclo di vita dell’opera;
  • formazione di RUP, tecnici, dirigenti e verificatori;
  • attenzione alla sostenibilità e alla gestione patrimoniale.

Senza questi elementi, il BIM resta una parola nei bandi.

Il ruolo dell’EU BIM Task Group: verso un linguaggio comune

Il tema non nasce oggi.

L’EU BIM Task Group ha pubblicato già nel 2017 un handbook per l’introduzione del BIM da parte del settore pubblico europeo, pensato come riferimento per aiutare governi e committenti pubblici a fornire leadership alla filiera e adottare un quadro comune.

Questo è un punto da non dimenticare.

L’Europa lavora da anni sull’idea che il BIM pubblico non debba essere lasciato alla libera interpretazione dei singoli enti. Serve un linguaggio comune, non per cancellare le specificità nazionali, ma per evitare che ogni amministrazione inventi da zero documenti, requisiti, procedure e criteri di controllo.

Perché la frammentazione è uno dei peggiori nemici della digitalizzazione.

Se ogni Paese, ogni regione, ogni ente e ogni grande stazione appaltante adotta regole completamente diverse, il mercato perde efficienza. I professionisti devono adattarsi a richieste incoerenti. Le imprese moltiplicano gli sforzi. I software inseguono requisiti non standardizzati. Le PMI rischiano di essere escluse perché non hanno risorse per gestire troppa complessità.

Un certo livello di personalizzazione è inevitabile. Ma una base comune è indispensabile.

Italia ed Europa: due piani che devono parlarsi

L’Italia si trova oggi in una posizione interessante.

Da un lato ha un quadro normativo che ha introdotto la gestione informativa digitale nei contratti pubblici. Dall’altro sta ancora costruendo, con fatica, una maturità applicativa diffusa.

Il tema europeo aiuta a leggere meglio la situazione italiana.

Non siamo gli unici ad avere difficoltà. La disomogeneità è un problema europeo. Ma proprio per questo non possiamo accontentarci dell’adempimento formale.

L’Italia ha un’occasione: usare il quadro normativo nazionale, le Linee Guida MIT 2026, le esperienze di grandi committenze pubbliche e il confronto europeo per costruire un modello più maturo di procurement digitale.

Il punto non è essere “più avanti” o “più indietro” di altri Paesi.

Il punto è evitare che il BIM pubblico italiano diventi una macchina documentale pesante, poco proporzionata e poco utile alla gestione reale delle opere.

A mio avviso, dovremmo imparare dal dibattito europeo soprattutto una cosa: il BIM negli appalti pubblici non può essere solo compliance. Deve diventare capacità amministrativa.

Il problema delle PMI: innovazione sì, ma accessibile

C’è un tema che spesso viene sottovalutato: l’impatto del BIM pubblico sulle piccole e medie imprese.

Se gli appalti pubblici introducono requisiti digitali troppo complessi, non proporzionati o diversi da ente a ente, il rischio è creare barriere all’accesso. Le grandi società si organizzano più facilmente. Le PMI, invece, possono trovarsi schiacciate tra investimenti software, formazione, consulenze, procedure CDE, richieste IFC, controlli modello e documentazione informativa.

Questo non significa abbassare il livello.

Significa progettare meglio la domanda pubblica.

Un procurement BIM maturo deve essere esigente ma comprensibile, progressivo ma non ambiguo, aperto ma non superficiale. Deve favorire la qualità, non la burocrazia. Deve aiutare anche le realtà più piccole a crescere, senza trasformare ogni gara in un esercizio tecnico ingestibile.

Qui la formazione diventa strategica.

La digitalizzazione pubblica non può essere riservata a pochi soggetti già strutturati. Deve diventare un processo di crescita della filiera.

Formati aperti, dati e interoperabilità: il tema europeo per eccellenza

In un mercato europeo, il BIM pubblico non può essere chiuso dentro logiche troppo proprietarie o locali.

Il tema degli standard aperti è quindi centrale: IFC, BCF, IDS, dizionari condivisi, classificazioni, requisiti controllabili, dati strutturati. Non come moda tecnica, ma come garanzia di concorrenza, trasparenza e continuità del dato pubblico.

La PA europea deve pensare al dato come bene pubblico.

Un modello informativo prodotto per una scuola, un ospedale, una stazione o un edificio amministrativo non è solo un file di progetto. È memoria digitale di un asset pubblico. Se quella memoria resta legata a strumenti non interoperabili, il valore si indebolisce.

Questo non significa rifiutare le piattaforme proprietarie. Sarebbe irrealistico. Significa però pretendere che il dato resti governabile, esportabile, verificabile e riutilizzabile.

L’interoperabilità, nella PA, non è un dettaglio tecnico.

È una questione di autonomia pubblica.

BIM, sostenibilità e procurement verde

Un altro elemento importante riguarda la sostenibilità.

Il BIM può supportare appalti pubblici più sostenibili perché consente di collegare progettazione, dati ambientali, quantità, materiali, prestazioni energetiche, ciclo di vita e manutenzione.

Questo tema diventerà sempre più rilevante in Europa, anche alla luce dell’orientamento comunitario verso public procurement capace di sostenere prodotti e soluzioni a minore impatto ambientale. Reuters ha riportato nel febbraio 2026 l’intenzione dell’Unione europea di introdurre requisiti legati a prodotti europei e low-carbon negli appalti pubblici, nell’ambito di una strategia industriale più ampia.

Il collegamento con il BIM è evidente.

Non si può fare procurement verde serio senza dati affidabili. Non basta dichiarare sostenibilità. Bisogna poterla verificare, comparare, misurare e collegare alle scelte progettuali e costruttive.

Il BIM può diventare l’infrastruttura dati per appalti più sostenibili. Ma solo se i modelli contengono informazioni coerenti, se i prodotti sono tracciati, se le quantità sono affidabili, se i requisiti ambientali sono controllabili.

Altrimenti la sostenibilità resta un allegato.

Il rischio europeo: molta strategia, poca applicazione concreta

Ogni politica europea ha un rischio: produrre documenti molto lucidi e applicazioni molto disomogenee.

Il BIM pubblico non fa eccezione.

Roadmap, handbook, community, survey, position paper, linee guida: tutto utile. Ma la vera prova è ciò che accade nei bandi, nei capitolati, nei controlli, nelle piattaforme, nei cantieri e nella gestione degli asset.

L’Europa può dare direzione, linguaggio e obiettivi comuni. Ma poi la trasformazione avviene nelle amministrazioni.

E qui il livello è molto variabile.

Ci sono grandi enti capaci di impostare processi digitali avanzati. E ci sono amministrazioni piccole che faticano anche solo a interpretare correttamente un capitolato informativo. Ci sono Paesi con strategie solide e altri con iniziative sporadiche. Ci sono mercati maturi e altri ancora in fase di apprendimento.

La sfida europea sarà proprio questa: evitare che il BIM diventi un privilegio delle amministrazioni più attrezzate.

La digitalizzazione pubblica deve essere scalabile.

Cosa cambia per i professionisti AEC

Per progettisti, BIM manager, consulenti e imprese, il quadro europeo apre una prospettiva importante.

Lavorare con la PA significherà sempre più conoscere non solo la normativa nazionale, ma anche le direttrici europee: interoperabilità, sostenibilità, ciclo di vita, dati aperti, trasparenza, digital procurement.

Il professionista AEC dovrà essere capace di muoversi in un contesto più ampio.

Non basterà saper produrre un modello. Bisognerà saper rispondere a requisiti informativi pubblici, lavorare con standard aperti, gestire controlli, documentare processi, collegare dati a obiettivi ambientali e patrimoniali.

Questo vale soprattutto per chi vuole operare su gare pubbliche complesse o in contesti internazionali.

La competenza BIM diventa sempre meno locale e sempre più europea.

La formazione come infrastruttura invisibile del procurement digitale

Il tema formativo è decisivo.

La Public Buyers Community evidenzia proprio la necessità di competenze, mandati chiari e implementazione coordinata per far avanzare il BIM negli appalti pubblici europei.

E qui bisogna essere molto concreti.

La PA ha bisogno di formazione diversa da quella tradizionalmente proposta al mercato. Non basta insegnare software. Non basta formare BIM Specialist. Servono percorsi per:

  • dirigenti pubblici, che devono comprendere il valore strategico del BIM;
  • RUP, che devono impostare gare digitali coerenti;
  • tecnici, che devono leggere e controllare modelli e dati;
  • verificatori, che devono valutare la conformità informativa;
  • facility manager, che devono usare i dati dopo la consegna;
  • consulenti e progettisti, che devono rispondere a requisiti pubblici più maturi.

La formazione è l’infrastruttura invisibile del procurement digitale.

Senza formazione, il BIM pubblico resta una procedura.
Con formazione, può diventare capacità.

Conclusione: l’Europa non ha bisogno solo di più BIM, ma di migliore domanda pubblica

Il quadro europeo è chiaro: il BIM è ormai riconosciuto come uno strumento strategico per rendere gli appalti pubblici più efficienti, sostenibili e trasparenti. Ma l’adozione resta disomogenea, frammentata e spesso dipendente dalla maturità dei singoli Paesi o delle singole amministrazioni.

A mio avviso, la vera sfida non è semplicemente introdurre più obblighi.

La vera sfida è costruire una domanda pubblica più intelligente.

Una PA che sa chiedere informazioni utili.
Una PA che sa controllarle.
Una PA che usa standard aperti.
Una PA che collega BIM, sostenibilità, gestione patrimoniale e ciclo di vita.
Una PA che non trasforma il digitale in burocrazia, ma in capacità decisionale.

Il BIM nel public procurement europeo sarà davvero maturo solo quando smetteremo di misurarlo con la domanda: “è obbligatorio?”. È cruciale che la PA digitale adotti strategie innovative per migliorare la qualità degli appalti pubblici.

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Mariano Dileo

CEO & Founder NOESIS AEC Solutions™ - Dal 2005 sviluppa competenze nel campo della modellazione parametrica applicata all’architettura, evolvendo progressivamente verso la modellazione informativa, il coordinamento e la gestione dei processi digitali. Attualmente BIM Manager e consulente per diverse realtà nazionali e PA, è impegnato nella divulgazione e nell’insegnamento di strumenti, metodi e approcci utili ai professionisti per orientarsi con consapevolezza nel nuovo scenario digitale del settore AEC.

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